Alexandria, una rischiosa matrioska finanziaria per Montepaschi

lunedì 4 febbraio 2013 17:25
 

di Stefano Bernabei

ROMA (Reuters) - In un giorno imprecisato di ottobre dello scorso anno Fabrizio Viola, che da meno di un anno è amministratore delegato della banca Mps, scopre in una cassaforte del suo predecessore un accordo del 2009 fatto con Nomura per la ristrutturazione delle perdite di un veicolo di investimento denominato Alexandria, fatto nel 2005.

Due anni dopo, a fine 2007, Mps annuncia l'acquisto di Antonveneta che pagherà anche con un complicato e nuovo strumento denominato Fresh. Questo e i derivati come Alexandria sono oggi il centro dell'inchiesta della magistratura che oggi ha iniziato ad interrogare l'ex presidente della banca e dell'Abi Giuseppe Mussari.

Tra pochi giorni, mercoledì 6 febbraio, Viola sarà in grado di relazionare al consiglio presieduto da Alessandro Profumo, quanto male ha fatto alla banca quella complessa e rischiosa operazione finanziaria, iniziata con Dresdner bank ma andata così male da decidere di 'nasconderne' i suoi effetti sul bilancio 2009 attraverso un mandato a Nomura, ugualmente oneroso ma spalmato su molti anni a venire e fatto all'insaputa di Bankitalia.

Mps, che pure nasce come banca più antica del mondo per prestare a poveri e bisognosi, pare piuttosto avvezza alla finanza creativa fin dai primi anni 2000. Con i proventi di quella finanza poteva mantenere un solido flusso di dividendi alla Fondazione e quindi alla città, magari anche quando la gestione più tradizionale poteva risentire della congiuntura o anche dei poco economici legami obbligati con gli stakeholder locali, che nominavano gli amministratori.

Ora, dice il presidente Alessandro Profumo in assemblea lo scorso 25 gennaio, la banca vuole tagliare ogni anti-economico cordone.

"Il nostro obiettivo è generare valore per la comunità senese facendo la banca e non facendo altro. Non saremo il datore di lavoro di ultima istanza, l'acquirente di ultima istanza di aziende senesi, non saremo il terminale di nessuno, saremo il terminale dei nostri azionisti facendo bene il nostro mestiere. Se qualcuno ha idee diverse temo lo deluderemo".

E' questo il collegamento tra i problemi odierni del Monte, che chiede 3,9 miliardi di aiuti, e quei derivati come Alexandria, ristrutturato nel 2009.

"Un contratto come quello in questione ha una complessità enorme che presuppone studi legali che possono permettersi le grandi banche internazionali e in Italia forse solo Unicredit", dice a Reuters una fonte interna alla banca senese che sta seguendo direttamente la valutazione di Alexandria e degli altri due prodotti strutturati, Santorini e Nota Italia, che costeranno al bilancio 2012 del Monte oltre 700 milioni di euro.   Continua...